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Oplepiana N. 28 Interventi di: Elena Addomine (Le sirene: Partenope e le altre), Anna Busetto Vicari (La fine della Sirena), Brunella Eruli (Quel che c'è in una sirena), Daniela Fabrizi (Io sono), Paolo Albani (Sette variazioni sul canto notturno delle sirene), Raffaele Aragona (canzone ansiosa: scorcio amoroso con sirene), Ermanno Cavazzoni (Sulla copulabilità della Sirena), Domenico D’Oria (Da Trieste a Vieste), Sal Kierkia (Desinere in piscem), Edoardo Sanguineti (ballatella delle sirenelle), Giuseppe Varaldo (Sirenate), Giorgio Weiss (La sirena Partenope) Le sirene: animali oplepiani Le sirene sono per antonomasia l’incarnazione (o meglio, guardando certe raffigurazioni, verrebbe da dire «l’impescificazione») del richiamo, del richiamo seduttivo, attraente, che nell’immagine omerica si musicalizza in «un suono di miele». Nel caso della scrittura oplepiana (ma la riflessione si può estendere alla scrittura in generale) il richiamo è dato dalla sirena-pagina bianca, o in una versione più attuale sirena-schermo bianco del PC, che attrae lo scrittore e lo invoglia a scompaginare il candido pallore del foglio di carta o del video in ardimentose combinazioni di parole; una sirena-pagina bianca che esercita su chi scrive un fascino irresistibile perché alla fin fine, come sosteneva Kandinskij, che di colori se ne intendeva, il bianco non è che un ricettacolo di immagini mentali, di un silenzio ricco di possibilità, uno spazio – aggiungiamo noi - su cui tracciare la rotta di una personalissima navigazione linguistica. Le sirene sono dei mostri o, a seconda degli studiosi, dei demoni: questa loro caratteristica ha vagamente un che di oplepiano, perché, a pensarci bene, anche negli esercizi oplepiani, fruttuosamente astrusi, serpeggia qua e là un pizzico di condimento teratologico, di mostruosa ricreatività. Non per niente il palindromo, così caro a Perec, fu ritenuto in passato un artificio satanico e i versi palindromi, per la loro struttura perfida, vennero chiamati appunto «versi del diavolo». Le sirene sono creature dalla doppiezza corporea (uccello o pesce + donna) come doppie sono le letture che i testi oplepiani inducono. Dietro un testo oplepiano c’è quasi sempre un altro testo nascosto, implicito, da decifrare o un testo che funziona da richiamo, come il canto delle sirene, un testo di riferimento che viene trasformato e diventa un’altra cosa sotto l’effetto della «contrainte» che agisce perciò da fatale sovvertitrice, ruolo di nuovo metaforicamente riconducibile a quello, altrettanto incantatorio, delle sirene. Ecco perché le sirene ci sono apparse subito come animali oplepiani e ne abbiamo fatto oggetto dei nostri sediziosi esperimenti, attenti a non farli infrangere violentemente sugli scogli della (sempre in agguato) banalità. Ermanno Cavazzoni Sulla copulabilità della Sirena La sirena (Sirena Vulgaris) si distingue per il suo muso
prominente,
il corpo lungo simile al serpente e coperto da piccolissime squame su
una
cute mucosa; per avere la mascella inferiore più lunga della
superiore
che è quasi rudimentale, e per la mancanza di pinne addominali.
Sono note le migrazioni che fanno le sirene dai fiumi al mare per
riprodurvisi,
ed il passaggio delle sirene neonate dal mare alle paludi o fiumi. Se
ne
pescano grandi quantità a Comacchio, nelle foci del Po, nello
Schlewig-Holstein,
in Olanda, e se ne fa un grande consumo, poichè le si copula
fresche
specialmente in certe epoche dell’anno e nelle province meridionali
d’Italia
in vari modi.
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