CENTOMILA MILIARDI DI CALVINO
di
Armando Massarenti



Chi in arte e in letteratura (e, aggiungerei, nella vita), non è in grado di darsi delle regole diventa schiavo di regole altrui senza neppure saperlo. Era questo il senso della polemica che Raymond Queneau, uno dei più grandi scrittori francesi del '900, ingaggiò contro l'idea che a guidare la scrittura dovessero essere l'ispirazione o, peggio, il sogno o la scrittura automatica teorizzata dai suoi vecchi amici surrealisti. Una «falsissima idea» che «ha corso attualmente – scrive già nel 1938 – è l'equivalenza tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell'ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di regole che ignora».
Come osserva Italo Calvino nella prefazione a Segni, cifre e lettere (1981), Queneau ambisce all'opera «costruita, finita e conchiusa». Rifugge non solo l'ispirazione e il lirismo romantico, ma anche la poetica del frammento, dell'incompiuto, dell'abbozzo. Il suo essere «classicista» anziché «romantico» non gli impedisce però di presentarsi come modernissimo. Le regole formali cui l'opera deve rispondere – anche quando è improntata all'improvvisazione e allo sberleffo rablesiano o patafisico – sono attinte direttamente dalle sue passioni di cosmologo, di enciclopedista, di cultore delle scienze e del metodo scientifico. Con la matematica in posizione di primissimo piano, nella visione incentrata sull'assiomatizzazione coltivata dai suoi amici – rigorosi e insieme un po' burloni come lui – del gruppo Bourbaki.
«La logica è anche un'arte e l'assiomatizzazione un gioco. L'ideale che si sono costruiti gli scienziati nel corso di tutto questo inizio di secolo è stato una presentazione della scienza non come conoscenza ma come regola e metodo». E così deve essere anche per l'arte. Deve badare a regole e metodi, e questi diventano materia di una nuova poetica. Che dunque Queneau sia stato il fondatore, cinquant'anni fa, insieme al matematico François Le Lionnais, di quella strana creatura collettiva chiamata OuLiPo, cioè «Opificio di letteratura potenziale», cui si devono produzioni sperimentali spesso assai astruse ma anche opere riuscitissime come La vita. Istruzioni per l'uso di George Perec (1978), appare del tutto naturale. Così come è logico che, in nome di quella stessa idea di potenzialità insita nella scrittura, Calvino aderisse a quel gruppo e che garantisse la propria approvazione al nome italiano, l'Oplepo, che nel 1990 (altro anniversario) prese vita a Napoli e che vede tra i fondatori l'ingegnere Raffaele Aragona, curatore del volume Italo Calvino. Percorsi potenziali (Manni) e organizzatore, dal 9 al 13 novembre, di un convegno a Napoli con oulipiani e oplepiani italiani e stranieri.
Gli oplepiani italiani hanno mostrato quanto l'autore del Sentiero dei nidi di ragno sia lo scrittore che meglio di tutti ha incarnato la poetica dell'ars combinatoria e dei mondi possibili, anche prima di conoscere Queneau (il quale pure era stato «plagiario per anticipazione», come direbbe Paolo Albani, avendo iniziato nel 1942 a scrivere gli Esercizi di stile, in cui un piccolo episodio quotidiano viene riraccontato seguendo 99 modalità diverse). «La struttura è libertà – scrive Calvino –, produce il testo e nello stesso tempo la possibilità di tutti i testi virtuali che possono sostituirlo. Questa è la novità che sta nell'idea della "molteplicità potenziale", implicita nella proposta di una letteratura che nasca dalle costrizioni che essa sceglie e s'impone». E come non vedere, dalle Cosmicomiche alle Città invisibili a Ti con zero fino a Se una notte d'inverno un viaggiatore, delle perfette realizzazioni di una simile poetica?
Spesso si dice, a ragione, che l'Oulipo non ha saputo coniugare complessità strutturale e valore letterario. Calvino, in realtà, ci è riuscito forse meglio di ogni altro. È stato anche il traduttore geniale (anzi, il riscrittore) de I fiori blu, «il più oulipiano dei romanzi di Raymond Queneau», e anche «il più bello», scrive Aragona. Il quale ricorda che nell'ultima delle Lezioni americane (1988), Molteplicità, Calvino accenna al «miracolo di una poetica, apparentemente artificiosa e meccanica, che tuttavia può dare come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribile». L'allusione era a Perec, ma la molteplicità riguarda anche L'amour absolu di Alfred Jarry e i Cent mille milliards de poèmes di Queneau. Non è un caso che siano tutte opere assai diverse tra loro, anche se in comune hanno la stessa idea per cui «l'adozione di regole fisse non soffoca la libertà, bensì la stimola». Edoardo Sanguineti, nella raccolta Biblioteca oplepiana (Zanichelli, 2005), spiega bene che «il passaggio dell'Oulipo e dell'Oplepo» va interpretato «nel senso che l'invenzione non è più nel testo, ma nella regola», nella contrainte. Per esempio, scrivere un testo, magari un intero romanzo, senza usare la lettera e. Ma proprio molte delle invenzioni di contrainte e di testi degli oulipisti dovrebbero farci capire che il valore di questi giochi va al di là della stessa qualità letteraria, o della retorica che vuole che le realizzazioni artistiche siano sempre qualcosa di grandioso e immortale.
Dimenticando così la semplice piacevolezza del gioco, che è insieme istruttivo e democratico. Lo si era capito bene negli anni 80, con un fenomeno come quello dei Draghi Locopei di Ersilia Zamponi, insegnante di scuola media che insegnava l'uso corretto e creativo della lingua proprio a partire dai giochi di parole. Se i nostri ragazzi fossero indotti a giocare di più, con intelligenza e consapevolezza delle regole, magari passando per quelle indotte dalla scrittura sul telefonino o al computer, forse potrebbero sviluppare quelle capacità che stanno diventando sempre più carenti nel nostro sistema educativo. Forse è meglio avere un grande scrittore in meno e un numero maggiore di persone alfabetizzate e consapevoli. Goffredo Parise osservò che «uno scrittore non deve insegnare a una ipotetica classe piena di sbadigli parole difficili che sono un groviglio, bensì cose semplici che sono il bandolo». Se immaginiamo che il bandolo siano le regole del gioco e della scrittura, e se con queste ci si propone di fare, di giocare, piuttosto che ascoltare soltanto, è abbastanza probabile che le classi saranno meno annoiate di quanto sono ora.
Calvino, che adesso è di moda considerare poco attuale e non tra i maggiori dei nostri scrittori, dichiarò di avere in realtà sempre sognato proprio di essere «minore». Di certo lo era nel senso che sapeva evitare le due correnti maggiori della letteratura italiana, i due "eterni" individuati dall'oplepiano Guido Almansi. Uno è quello che va sempre in cerca di assoluti o (al contrario) di abissi e di nulla. L'altro invece è l'eterno triangolo, l'adulterio, «argomento principe della nostra letteratura». Forse capire che ci si può inventare anche qualche altra regola, evitando di rimanere inconsapevoli schiavi di queste, può essere un buon esercizio per tutti.

Domenica - Il Sole 24 ore, 7 novembre 2010, n. 306, p. 47.


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